Il fondamento di ogni azione educativa

1. Introduzione

Padre e madre sono, per natura, i primi e irrinunciabili educatori dei loro figli. Tuttavia, oggigiorno, si ha a volte l’impressione che fingano di ignorarlo. Non solo cercano aiuto ma chiedono, con maggiore o minore consapevolezza e chiarezza, di essere sostituiti in questo compito non delegabile.

1.1. La dificoltà di educare

Questa specie di resistenza risulta più che comprensibile. Il fatto è che la missione paterno-materna di educare non è affatto facile e forse ancor meno nel tempo presente.

In qualche caso è piena di contrasti, in apparenza inconciliabili. Per esempio, lungo tutta la loro esistenza, i genitori:

  1. Devono accogliere ogni figlio – unico e irripetibile – così com’è, anche quando magari non corrisponde alle loro aspettative. I figli non sono “proprietà” di coloro che li hanno generati, i quali non possono disporne a piacimento: la loro verità più radicale non è di essere figli nostri, ma figli di Dio, con tutta la grandezza, l’autonomia e la libertà che ciò conferisce loro.
  2. Devono rispettare la libertà dei figli e, ancor più, promuoverla e farla crescere, ma talvolta guidarli e correggerli.
  3. Devono saper comprendere, ma anche esigere, senza cedere in modo inopportuno davanti a ciò che rappresenti un male per i loro figli, per quanto questi insistano.
  4. Devono aiutarli nei loro compiti, ma senza sostituirli o evitare loro lo sforzo formativo, la soddisfazione e l’aumento dell’autostima che il compierli reca con sé: pertanto, ciò che un figlio può ragionevolmente fare da solo, non dovrebbe mai essere fatto dai suoi genitori o da altre persone.
1.2. Necessità d’imparare ad essere genitori

Di conseguenza i genitori devono imparare da soli ad essere genitori e da subito.

In nessun impiego la capacità professionale comincia quando l’aspirante raggiunge posti di rilievo e ha tra le mani incarichi ad alto rischio: non succede né nell’edilizia, né in meccanica, nelle arti grafiche o nel disegno; tanto meno in medicina, in architettura, in ingegneria, nel diritto, nella carriera militare, in politica, nell’amministrazione o in un’impresa…

Perché nel “lavoro di genitori” dovrebbe essere diverso? Forse che la loro responsabilità è minore di quella di chi lavora in una professione “convenzionale”?

Sembra di no. Al contrario, come vado ripetendo da anni sulle orme di Giovanni Paolo II, “a seconda di come è la famiglia, tale è la società, perché così è l’uomo”, la persona umana: il futuro della civiltà si gioca in seno a ciascun focolare, a ciascun matrimonio.

Forse perché si tratta più di un’arte che di una scienza?

Benché si possa concordare su questo punto, in nessuna arte bastano l’ispirazione e l’intuizione. E’ necessario anche istruirsi, formarsi, esercitarsi, come giustamente confermano quegli artisti che danno l’impressione di lavorare quasi senza sforzo. Quanto più “naturale” sembra l’opera maestra, tanto più lavoro ha recato con sé: un impegno, nella maggior parte dei casi preventivo, sedimentato a mo’ di abilità.

1.3. Non “ricette” ma “principi”

D’altra parte, imparare il “lavoro” di genitori ed educatori non consiste nel fornirsi di un insieme di ricette o soluzioni già date e immediatamente applicabili ai problemi che si vanno presentando. E nemmeno di una manciata di tecniche infallibili.

Tali ricette e tali tecniche non esistono.

Ci sono, al contrario, principi o fondamenti dell’educazione che illuminano le diverse situazioni: i genitori devono conoscerli bene a fondo, fino a renderli pensiero del loro pensiero e vita della loro vita per indirizzare, quasi senza necessità di pensarci, la pratica quotidiana.

E nemmeno si tratta di un compito semplice.

Tenendo questo davanti agli occhi, e senza troppe pretese, offrirò due o tre dei principali criteri e suggerimenti sull’”arte delle arti”, come è stata definita l’educazione. O meglio, come si vedrà subito, cercherò di segnalare il fondamento ultimo di ogni azione educativa.

2. Nella confluenza di tre amori

Ponendo il problema nel modo più profondo e radicale possibile, le chiavi dell’educazione, e di tutti i compiti che essa porta con sé, si racchiudono in un solo termine – amare – e nei due corollari che da esso promanano:

  1. Il primo, la necessità costante di imparare ad amare, senza dare mai per scontato che uno già sa come si fa, contrariamente a quanto ci capita spesso di fare. Vale la pena di riflettere su ciò che sembrava suggerire Benavente quando affermava, senza eccezioni, che «l’amore deve andare a scuola».
  2. Inoltre, conviene promuovere la convinzione che non si impara ad amare e ad educare come per magia ma facendo quanto è possibile per amare ogni volta meglio. Imparare ad amare è “la grande materia di studio della vita”, ciò per cui siamo venuti al mondo; per questo San Giovanni della Croce sosteneva che alla fine della nostra esistenza saremo esaminati per l’amore… e per nessun’altra cosa.

Vediamo come si concretizza ciò che ho appena detto.

3. Amore per i figli
3.1. Amore autentico e reale

La prima cosa di cui i genitori hanno bisogno per educare è un vero e completo amore per i loro figli.

Secondo quanto scrive un autore francese, l’educazione richiede, oltre ad «un po’ di scienza e di esperienza, molto senso comune e, soprattutto, molto amore». In altre parole, è necessario conoscere alcuni principi pedagogici e operare con sensatezza, ma senza pensare che basti applicare una buona teoria per ottenere risultati sicuri. Tutto ciò sarebbe insufficiente senza l’elemento indispensabile di un amore autentico e completo.

Perché? Per moltissimi motivi, la maggior parte dei quali si capiscono per via intuitiva.

  1. Il primo, tanto ovvio che spesso non ce ne rendiamo conto, è che se non amiamo i nostri figli non gli presteremo nemmeno attenzione… eccetto quando “ci” creano problemi.
  2. Inoltre, perché “ogni bambino – in quanto persona – è una realtà assolutamente irripetibile” diversa da tutte le altre. Non si tratta di un caso fra tanti altri. Da ciò discende che nessun manuale è capace di spiegare e risolvere tale presunto “caso” concreto: bisogna imparare a modulare i principi a seconda del temperamento, dell’età e delle circostanze in cui si trovano i figli.
  3. Di conseguenza, ciascuno deve essere trattato nel modo più adatto a lui e non tutti alla stessa maniera, come pretendiamo a volte di fare, magari convinti che sia giusto fare così: già Aristotele avvertiva che trattare allo stesso modo i diversi è tanto ingiusto – e inefficace – quanto trattare in modo diverso gli uguali.
  4. Ma per trattare ciascun figlio come merita e necessita è indispensabile conoscerlo bene; e solo l’amore consente di conoscere ciascuno di essi per come è oggi e ora – e come è chiamato ad essere nel futuro – e agire in funzione di tale conoscenza. Anche concedendo quella parte di verità che sta nel detto secondo cui “l’amore è cieco”, risulta molto più profondo e reale sostenere che esso è acuto e perspicace, lungimirante; e che, trattandosi di persone, solo un amore autentico ci rende capaci di conoscerle con profondità, di addentrarci fino al punto più profondo del loro essere… e agire di conseguenza.
  5. D’altra parte, specialmente oggi, bisognerebbe distinguere tra amore autentico, che cerca il bene reale della persona amata, che lo aiuta effettivamente a migliorare, e i suoi molteplici succedanei: l’amor proprio più o meno velato di compassione o di tenerezza, la passione, il capriccio, la sentimentalità, ecc. Su questo mi tratterrò in un altro articolo.
3.2. Amore lungimirante

Il vero amore non è mai cieco, al contrario è sagace e penetrante.

Di fatto, sarà questo amore che insegnerà ai genitori:

  1. A scoprire le qualità che devono potenziare nei loro figli, invece di fissarsi e insistere in modo monotono ed esclusivo a correggere i loro difetti. Si tratta di una questione chiave alla quale dedicherò più avanti un intero scritto.
  2. A capire qual è il momento più adatto per “restare” e per “sparire”, per parlare e per tacere; questione che acquisisce speciale rilievo nel­l’ado­lescenza… “pensata da Dio principalmente per i genitori”, come sono solito spiegare, e che vedremo con più calma in un nuovo lavoro.
  3. A trovare il tempo per giocare con i bambini e interessarsi dei loro problemi, senza sottometterli ad un interrogatorio, e quello di rispettare la loro necessità di starsene da soli.
  4. A distinguere le occasioni in cui conviene “sciogliere un po’ la corda” e “non accorgersi”, di fronte a quelle altre in cui bisogna intervenire con decisione e anche con risolutezza e un pizzico di finta aggressività…

E, come dicevo, in tutta questa difficile arte, i genitori non sono rimpiazzabili; ci sono aiuti più o meno efficaci, ma più importanti sono loro, al plurale: il padre e la madre.

Una coppia molto oberata dal lavoro professionale cercava in un negozio di giocattoli un regalo per il loro bambino: cercavano qualcosa che lo divertisse, lo tenesse tranquillo e, soprattutto, gli togliesse la sensazione di essere solo. Una commessa intelligente spiegò loro: “Mi spiace, ma non vendiamo genitori”.

4. Amore reciproco

La prima cosa di cui un figlio ha bisogno per essere educato è che i genitori si amino tra di loro.

4.1. Condizione indispensabile

“Facciamo in modo che non gli manchi nulla, pendiamo dai suoi più piccoli capricci e, ciononostante…”

Espressioni come questa si incontrano spesso in bocca di tanti genitori che apparentemente si dedicano molto ai loro figli – cibi sani, ricostituenti e vitamine, giochi sempre più sofisticati, vestiti e indumenti di marca, vacanze al mare o in montagna, divertimenti senza limite di tempo né di prezzo… – ma si dimenticano della cosa più importante di cui hanno bisogno i figli: che i loro genitori si amino tra di loro e stiano ben uniti.

L’affetto reciproco dei genitori è ciò che ha permesso ai figli di venire al mondo. E quello stesso amore – quello dei genitori tra di loro – deve completare l’impresa cominciata, aiutando il bambino a raggiungere la pienezza e la felicità alla quale è chiamato.

Il complemento naturale della procreazione, ossia l’educazione, deve essere mosso dalle stesse cause – l’amore dei genitori – che hanno generato il figlio.

Già diversi secoli fa si disse che, uscendo dall’utero materno, dove il liquido amniotico lo proteggeva e alimentava, il bambino reclama imperiosamente un altro “utero” e un altro “liquido”, senza i quali non può crescere e svilupparsi. Cioè quell’utero e quel liquido originati da un padre e da una madre quando si amano davvero.

4.2. Condizione sufficiente

E’ chiaro che l’amore reciproco è condizione indispensabile in ogni lavoro educativo. Ma se si prendono le parole seriamente – autentico amore di genitori fra di loro – si potrebbe dire che esso è anche “condizione sufficiente”.

Per questo, ciascun coniuge deve, innanzitutto, coltivare l’amore verso l’altro: non mi stancherò di ripetere che questa è la chiave delle chiavi di tutta la vita familiare.

Poi, come frutto naturale del loro amore reciproco, i coniugi dovranno:

  1. Ingrandire l’immagine dell’altro davanti ai figli, insegnando loro ad amarlo e rispettarlo;
  2. Ed evitare per quanto possibile di diminuire l’affetto di questi verso il coniuge.

Con parole più concrete, fin da quando i bambini sono molto piccoli, oltre a manifestare in modo prudente ma chiaro – con gesti e parole – l’affetto che li unisce, i genitori devono prestare attenzione:

  1. A non farsi rimproveri reciproci né commenti ironici davanti ai figli;
  2. A non permettere l’uno ciò che l’altro proibisce… benché poi debbano parlarsi in privato per mettersi d’accordo;
  3. A evitare certe raccomandazioni, che porterebbero il bambino o la bambina a non fidarsi dell’altro coniuge: “Questo non dirlo al papà o alla mamma”, ecc.

Tutto questo potrebbe riassumersi in un solo principio, che merita un articolo a parte.

I figli, tutti e ciascuno, godono di un solo diritto. Di un diritto unico, ma tanto fondamentale che a nessuno è permesso di attentarvi contro.

Si tratta del diritto alla persona dei suoi genitori: alla loro intimità, al loro tempo, alla loro autorità, alla loro comprensione, alla loro delicatezza… Lo studierò, come ho appena suggerito, in un altro documento.

5. Insegnare ad amare
5.1. Principio e fine

Come abbiamo appena visto:

  1. Il principio radicale dell’educazione è che i genitori si amino tra di loro e, come conseguenza di questo amore, che amino davvero ed efficacemente i loro figli.
  2. Il fine, o la meta, di questa educazione è che i figli, a loro volta, apprendano a voler bene, ad amare: questa è l’unica attività che perfeziona l’essere umano in quanto persona e, come conseguenza, è l’unica capace di renderlo felice.

Secondo quanto spiega Caldera, «la vera grandezza dell’uomo, la sua perfezione, pertanto la sua missione o impegno, è l’amore. Tutto il resto – capacità professionale, prestigio, ricchezza, vita più o meno lunga, sviluppo intellettuale – deve confluire nell’amore o manca in definitiva di senso»… e persino, se non si incammina verso l’amore, potrebbe risultare pregiudizievole.

Di conseguenza, benché suoni paradossale, se educare è amare, amare è a sua volta insegnare ad amare, poiché non è un altro il destino dell’essere umano né altra è la chiave della sua perfezione e della sua felicità.

Riassumendo, educare equivale a promuovere la capacità di amare in coloro che cerchiamo di formare.

5.2. Protesi verso gli altri

Concretizzo ciò che abbiamo visto finora in una sola frase: tutto il compito educativo dei genitori deve dirigersi, in ultima istanza, a incrementare la capacità di amare di ciascun figlio e – sarebbe l’altra faccia della stessa medaglia – a evitare quanto li rende più egoisti, più chiusi e rivolti su di sé, meno capaci di scoprire, amare, perseguire e realizzare il bene degli altri.

Si educano i figli quando li si spinge e gli si insegna – con i fatti, piuttosto che con le parole – e mantenersi più rivolti verso gli altri che verso se stessi.

E questo, non solo in vista del futuro, come quando li si incoraggia a studiare o a formarsi per “arrivare ad essere brave persone”. Ma già nel presente.

  1. Insegnando loro, per esempio, ad approfittare del tempo a disposizione per aiutare già ora i loro amici che hanno più difficoltà nello studio o che hanno bisogno di qualche altro sostegno.
  2. Chiedendo loro “come stanno i loro amici” ancor prima di chiedere se i figli stessi si sono più o meno divertiti in una data attività ricreativa.
  3. Quando, con i fatti, con le domande che facciamo loro all’accoglierli dopo la scuola, diamo più rilievo a ciò che realmente fanno per gli altri che ai loro stessi voti.
  4. O quando, nel momento di scegliere la carriera o la professione, li si incoraggia a tener conto non solo né principalmente degli sbocchi professionali – che in fondo equivalgono alle entrate economiche – ma in che lavoro possono essere più utili a coloro che gli stanno intorno, in che lavoro possono rendere più felici gli altri.
5.3. Perché siano felici

Tutto questo deve essere fatto per un motivo molto chiaro: perché solo se insegniamo ai nostri figli ad amare bene contribuiremo efficacemente a renderli felici e, di conseguenza, appagati.

Perché, come dimostrano i migliori filosofi classici fino ai più stimabili psichiatri contemporanei, la felicità e non è altro che l’effetto non ricercato dell’ingrandire la propria persona, di migliorarla progressivamente: e questo si raggiunge soltanto amando di più e meglio, dilatando le frontiere del proprio cuore e perfezionando i nostri amori.

In altre parole: chi cerca di educare deve aver chiaro che la felicità è direttamente ed esclusivamente proporzionale alla capacità di amare di ciascuna persona, espressa in opere:

  1. Chi ama molto, è molto felice;
  2. Chi ha un amore mediocre, non raggiungerà mai una felicità completa;
  3. E chi non sa o non può o non vuole amare, per quanto trionfi nei restanti aspetti dell’esistenza umana, sarà un autentico disgraziato, per quanto tenti di mascherarlo o di negarlo o addirittura sia convinto del contrario.

Su questa base San Giovanni della Croce ha potuto sostenere la nota frase, già surriferita: «Alla fine della nostra esistenza saremo esaminati per l’amore»… e, ripeto con piena coscienza, per nessun’altra cosa!

6. Sintesi

Qualsiasi azione educativa avrà valore nella misura in cui il motore di ciò che si consiglia di fare o evitare, di ciò che uno fa o omette, sia un amore autentico verso la persona che si cerca di formare o, in altre parole, il bene reale di quella persona, che sempre dovrà prevalere sul bene proprio, e che altro non è se non lo sviluppo e la perfezione della sua capacità di amare.

L’amore è, quindi, la chiave – il principio, il mezzo e il fine – di qualsiasi compito educativo.

Si educa a partire dall’amore, per mezzo dell’amore e per insegnare ad amare.

Tomás Melendo
Prof. Ordinario di Filosofia (Metafisica)
Direttore-Coordinatore degli Studi Universitari per la famiglia
Università di Málaga (Spagna)
www.edufamilia.com
tmelendo@uma.es


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