I primi tre principi dell’educazione

Abbiamo visto nell’articolo precedente che l’amore è la base di tutta l’educazione. Cerco ora di considerare alcuni dei principi che concretizzano e materializzano questo fondamento.

1. Genitori esemplari… per amore
1.1. «Primum vivere…»: insegna più la vita che qualsiasi teoria

I bambini tendono ad imitare le attitudini degli adulti, specialmente di quelli che amano o ammirano. In concreto, non perdono mai di vista i genitori, li osservano di continuo, soprattutto nei primi anni. Vedono anche quando non guardano e ascoltano anche quando sono o sembrano super-occupati a giocare. Possiedono una specie di radar, che intercetta tutte le azioni e le parole intorno a loro.

Per quanto detto, Javier Salinas scrive che educare non consiste nell’accumulare conoscenze, ma piuttosto nell’aiutare a sviluppare armonicamente le dimensioni che qualificano la persona. E ciò suppone soprattutto la presenza efficace di autentici educatori: di qualcuno da imitare, con cui confrontarsi e che, per il suo modo di vivere, offra stimoli per raggiungere la meta dell’educazione, che è l’esercizio della libertà e la volontà di impegnarsi in ciò che è buono, nobile e giusto.

E aggiunge subito: «D’altra parte, non bisogna dimenticare che l’educazione è fondamentalmente imitazione, conoscenza dei valori e ripetizione di quelle forme di comportamento che rendono eccellente la persona».

Affermazione che si avvicina abbastanza a quanto assicurava John Stuart Mill: «Ciò che forma il carattere non è ciò che un bambino o una bambina può ripetere a memoria, ma il fatto che imparino ad amare e ammirare».

Per questo i genitori educano o diseducano, prima di tutto, con il loro esempio e, in modo particolare, con l’orientamento che imprimono all’insieme della loro esistenza; in ultima analisi:
a) o l’amor proprio
b) o l’amore a Dio e, in Dio e per Dio, a tutti gli altri

1.2. Coerenza efficace…

Inoltre, l’esempio possiede un insostituibile valore pedagogico, di incitamento, di conferma e di incoraggiamento:

  1. Non c’è miglior modo di insegnare a un bambino a tirarsi l’acqua che facendolo con lui o prima di lui.
  2. E ugualmente, a mangiare di tutto, a preparare o sparecchiare la tavola, la lavastoviglie, a tenere in ordine la sua camera in modo che gli altri siano più comodi, ad andare al supermercato…
  3. A mantenere in casa un tono corretto, nel vestire e nel parlare, puta caso, anche per rendere più piacevole la vita degli altri, che godono del nostro bell’aspetto.
  4. A controllare le arrabbiature e la collera, a non rovesciare il loro malumore sul primo che si incontra, a badare più ai suoi fratelli che a se stesso, ecc.

Tutto questo i bambini lo imparano molto presto, osservando il modo in cui i genitori si trattano fra di loro e, conseguentemente, il modo in cui trattano gli altri, compresi loro stessi ( i figli). E, a seconda di ciò che vedono, adotteranno un tenore di vita o un altro: non soltanto né principalmente con i loro genitori, ma con tutti quelli con cui entrano in relazione e, molto in particolare, con i fratelli più vicini.

Per questo, si può sostenere che il test definitivo di come va una famiglia non è ciò che un figlio è disposto a fare per i suoi genitori – normalmente, se la famiglia funziona, molto o tutto o quasi tutto –, ma ciò che ciascun fratello è capace di fare per quegli altri, soprattutto quando il compito in questione toccherebbe a un altro dei suoi fratelli.

Le parole volano, ma l’esempio resta, illumina le condotte, sveglia… e trascina

1.3. O inefficacia o, persino, danno

All’estremo opposto, insieme alla mancanza di amore reciproco – sposo-sposa – l’incongruenza tra ciò che si consiglia e ciò che si vive è il male maggiore che un padre o una madre possano infliggere ai loro figli.

Cosa che capita, soprattutto, a determinate età – l’adolescenza, senza dubbio, ma anche qualche anno prima –, quando il senso della “giustizia” si trova in ragazzi strutturati rigidamente, sovra-sviluppati… e disposti a giudicare con eccessiva durezza gli altri.

Fa meraviglia vedere quanto feroce e spietato può essere il giudizio di un ragazzino o di una ragazzina! E, ciononostante, non dovremmo stupirci. Come diceva Tommaso d’Aquino, quando manca la misericordia, la giustizia si trasforma in crudeltà.

1.4. Per essere genitori esemplari

Per evitare che questo possa succedere, o, detto in positivo, se vogliamo essere dei genitori esemplari, che insegnano e trascinano, esiste una specie di precetto la cui importanza è impossibile da esagerare e al quale , per questo motivo, ricorrerò più di una volta.

Il modo migliore di mantenere e promuovere l’armonia della famiglia e la crescita dei figli consiste nel:

  1. Ridurre quanto più si può il numero delle norme in base alle quali si regge la loro condotta: «Tante quanto è necessario e tanto poche quanto sia possibile», suggerisce Murphy-Witt.
  2. Fare che questi criteri fondamentali corrispondano alla verità e alla bontà oggettive, a ciò che in sé è bene o male, e non a preferenze o capricci dei coniugi. Di conseguenza, questo precetti devono rispettarli tanto i genitori quanto i figli: anche, puta caso, l’uso della televisione, del computer, dei cellulari e di apparecchi simili; la visione di determinati programmi, l’uso-e-non-l’abuso di bevande alcoliche o di capricci culinari; o, con toni imprescindibili, l’ora di tornare a casa e di coricarsi.

Far sì che in tutto il resto sia rispettata la libertà e l’iniziativa dei ragazzi – così come, ancor prima, quelle del coniuge –, quantunque il modo in cui agiscono, sempre che sia eticamente lecito, si scontri frontalmente con le preferenze del padre o della madre, che, come vado ripetendo, non dovrebbero contare per nulla.

Ciò che importa è il bene del figlio, non i miei capricci né le mie soddisfazioni di padre o di madre

Riassumendo: alcuni criteri chiari – molto pochi, oggettivi e irremovibili – e uno squisito rispetto verso il modo di essere di ciascuno.

1.5. Stabilità

Insisto ora nel fatto che, nonostante ciò che a volte pensiamo e ciò che impongono le mode un po’ sfasate, i bambini e gli adolescenti – ancor più che gli adulti – hanno bisogno in modo imperioso di alcuni punti di riferimento stabili e solidi. In caso contrario, diventano insicuri, vacillanti e indecisi, oltre che soffrire inutilmente.

Stabilire queste pietre miliari è compito dei genitori, che devono sempre determinarle in funzione della realtà: del bene e della verità oggettivi, di ciò che ridonda a reale beneficio di tutti, perché ciò insegna loro ad amare meglio, stando più attenti al bene degli altri che al proprio.

In caso contrario, come ricorda Murphy-Witt, le presunte norme fluiranno continuamente, a seconda dell’umore e della migliore o peggiore condizione in cui si trovano i genitori. E i bambini non sapranno mai a cosa attenersi: anziché contare su criteri oggettivi di condotta, si vedranno sottomessi all’estro degli adulti.

«In fin dei conti – percepiscono, anche senza pensarlo esplicitamente –, sono mamma e papà che decidono».

E lo faranno anche in modo autoritario, quando non abbiano tempo o voglia di invischiarsi in discussioni interminabili. Allora, colui che si dichiarava amico e compagno – facendo concessioni imprudenti e smisurate –, si trasforma improvvisamente in dittatore, cosa che è molto difficile da capire per i bambini. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che si ribellino e che non rispettino quanto stabilito senza tener conto di loro e senza tener in conto il bene e la verità.

Come si può comprendere, anche in questo caso il pericolo è di pensare più a noi stessi che ai nostri figli e a ciò che effettivamente li aiuta ad essere migliori.

Il risultato è una fluttuazione continua tra l’imposizione di norme rigide e arbitrarie, quando abbiamo la forza e la voglia di aiutare in nostri figli… e l’abbandono più assoluto, quando siamo vinti dalla stanchezza, dallo scoraggiamento o dalla comodità.

Così – aggiunge Murphy-Witt – va a finire l’alternanza fra la concessione di una supposta libertà progressista e il non impicciarsi per comodità!

E conclude: «I bambini vogliono essere educati. Per loro è necessario anche imparare a prendere le loro decisioni, ma in funzione della loro età e passo passo, sotto la direzione paterna. Chi conduce il proprio figlio attentamente verso questo obbiettivo, potrà finire per lasciargli, con piena e sicura fiducia, tutta la libertà di decisione rispetto ai suoi interessi».

Gli esempi che si stabiliscono in una famiglia devono rispondere alla verità e al bene oggettivi, reali, non ai nostri stati d’animo, alle nostre preferenze, illusioni, alla pigrizia o stanchezza, ecc.

2. Amare: incoraggiare e ricompensare
2.1. Amarli come sono; cioè, come son chiamati ad essere; cioè, migliori di quanto sono

Come annotavo nell’articolo precedente, solo un amore autentico e disinteressato sa scoprire la vera grandezza e le attitudini di ciascuno dei nostri figli e, senza bisogno di troppe parole, mettergliela davanti agli occhi come il reale-ideale – o come l’ideale-reale – al quale devono aspirare.

Al contrario, quando questo amore non è abbastanza profondo e disinteressato, gli trasmetteremo facilmente l’impressione che valgono davvero poco: col che, senza rendercene conto, li spingeremo ad adeguare il loro comportamento a questa immagine svalutata e rimpicciolita.

Come spiegano Faber e Mazlish, l’atteggiamento che sottostà alle raccomandazioni che facciamo ai nostri figli è ancor più importante delle stesse parole in cui tali raccomandazioni si incarnano.

  1. L’atteggiamento che li aiuta a crescere si potrebbe concretizzare così: «Sei fondamentalmente una persona adorabile ed efficiente. Adesso hai un problema o una difficoltà che richiede la tua attenzione. Una volta che avrai preso coscienza di ciò, la cosa più probabile è che ti comporti responsabilmente e che trovi una soluzione».

Al contrario, l’atteggiamento che distrugge completamente i bambini è quello che comunica: «Sei fondamentalmente irritante e inetto. Cerchi sempre di fare tutto male e questo ultimo incidente è una prova in più della tua assoluta incapacità».

«Siccome sei fondamentalmente buono e bravo, troverai una soluzione ai tuoi problemi»

2.2. Badare a ciò che c’è di eccellente in essi (e mettere tra parentesi il resto)

Il bambino è molto ricettivo. Se si ripete con frequenza che è un maleducato, un egoista, un cialtrone che non serve a niente, si crederà e sarà veramente maleducato, egoista e incapace di realizzare qualsiasi compito… non fosse altro che per non deludere i suoi genitori, come sono solito spiegare con una punta di ironia.

Così lo espone Samalin, riferendosi a un caso particolare: «A volte non ci rendiamo conto che un commento o una critica, fatti prima che accada l’evento concreto, sembrano predestinare la sua esecuzione. Quando la madre di Jill era sul punto di uscire la sera, disse a sua figlia: «Jill, voglio che tu faccia la brava bambina e che non dia fastidio al tuo fratellino quando sarà qui la tata». La madre di Jill si aspettava che sua figlia si comportasse male prima ancora che succedesse. Magari aveva ragione di prevederlo, in base al comportamento abituale di Jill. Ma la bambina sentì il messaggio occulto: «Mamma si aspetta che tu gli dia fastidio», e compì la profezia tormentando e facendo piangere suo fratello.

E aggiunge poi la norma generale: «Con le migliori intenzioni, molti genitori credono di ottenere un cambiamento nei loro figli se segnalano loro ciò che fanno male. Ciononostante, l’aspetto triste della faccenda è che la critica rinforza ancor di più il cattivo comportamento che intendiamo correggere».

Di seguito spiega: «I bambini prendono in un modo tutto personale le critiche che i genitori fanno loro. Si sentono attaccati dalle persone dalle quali sperano di essere ammirati. Le critiche possono addirittura arrivare a convincerli che non possono cambiare e […] vedersi come dei perdenti in entrambi i sensi. In altri casi, gli attacchi critici fanno sì che i bambini si mettano sulla difensiva e rispondano con ostilità e sfiducia. Le critiche, indipendentemente dal tipo di critica, non incoraggiano i bambini a cambiare».

Analogamente, se per una eccessiva insistenza sui loro difetti e una parallela ignoranza di quel che fanno bene, diamo l’impressione che stiamo con loro solo per sgridarli, continueranno a comportarsi male, anche in modo inconsapevole, con l’unico scopo di ricevere l’attenzione di cui hanno bisogno.

Paradossalmente, quando stiamo attenti solo a quello che i ragazzi fanno male, le sgridate si trasformano in rinforzi psicologici per quei modi di comportarsi che vogliamo essi evitino

2.3. Accettazione incondizionata

Gottman e Silver lo spiegano in positivo, con altri termini e con un tono diverso, e applicato inizialmente al matrimonio, che è il luogo dove deve essere osservato in primissima istanza.

Ma l’idea che soggiace alle loro parole è sostanzialmente quella che ho appena suggerito: la chiave e il punto di partenza di ogni intento di aiutare una persona consiste nell’accettarla in modo incondizionato, amarla, scoprire tutta la sua grandezza e farglielo sapere con il massimo affetto.

Leggiamolo con le loro parole:

«La base per confrontarsi in modo efficace con qualsiasi tipo di problema è la stessa: comunicare la tua accettazione di fondo della personalità del tuo compagno.

Per la nostra natura umana, è praticamente impossibile che accettiamo consigli da nessuno a meno che sentiamo che questa persona ci comprende.

Sicché la regola di base è: prima di chiedere alla tua coppia che modifichi il suo modo di comportarsi, mangiare o fare l’amore, devi fargli sentire che li capisci. Se uno dei due si sente giudicato, incompreso o rifiutato a favore dell’altro, non potrete confrontarvi con i problemi del matrimonio. E questo si applica tanto ai problemi grandi quanto a quelli banali».

Per aiutare una persona bisogna accettarla in modo incondizionato, amarla, scoprire tutta la sua grandezza e farglielo sapere con il massimo affetto

E, in relazione ai figli, indicano quanto decisivo risulta accettare in forma incondizionata la loro persona e i loro sentimenti, sforzandoci di comprenderli e facendogli capire che è davvero così:

«Le persone possono cambiare solo se si sentono accettate per quello che sono. Se ci sentiamo criticati o poco apprezzati, non possiamo cambiare. Al contrario, vedendoci assediati, ci trincereremo per proteggerci.

Su questo aspetto, gli adulti potrebbero imparare molto dalle ricerche fatte con i bambini. Per ispirare in un bambino una immagine positiva di se stesso e abilità sociali di base, la chiave è comunicargli che comprendiamo i suoi sentimenti. I bambini crescono e cambiano in modo ottimo quando riconosciamo le loro emozioni (“Quel cane ti ha spaventato”, “Piangi perché ti senti triste”, “Sembri molto arrabbiato. Parliamone”), anziché disprezzarli o castigarli per i loro sentimenti (“E’ una stupidaggine avere paura di un cane”, “I bambini più bravi non piangono”, “In questa casa sono proibite le bizze. Vai in camera tua fin che ti calmi”).

Quando facciamo sapere a un bambino che i suoi sentimenti sono legittimi, gli stiamo comunicando che è accettato anche quando è impaurito, triste o arrabbiato. Questo lo aiuta a sentirsi bene con se stesso, cosa che rende possibile la crescita e il cambiamento in positivo.

La stessa cosa succede con gli adulti. Per migliorare un matrimonio, dobbiamo sentirci accettati dalla nostra coppia».

E’ quasi impossibile che accettiamo consiglio da nessuno a meno che sentiamo che questa persona ci capisce, ci apprezza o ci stima e ci ama per quello che siamo

2.4. Fiducia ben fondata

Di conseguenza, e ordinariamente, è preferibile che il bambino abbia un po’ di eccessiva fiducia in se stesso, che troppo poca.

Per ottenerlo, bisogna fargli sentire che veramente – mai per tattica – il nostro amore è incondizionale o, che è lo stesso, incondizionato e in condizionabile; e che, benché desideriamo che dia il meglio di sé, in nessun caso ritratteremo il nostro affetto se, per mancanza di forze, di capacità o di interesse, o anche per cattiva volontà, non raggiunge certi livelli o commette una o mille castronerie.

E ancor più, quando si tratta di credenti, dobbiamo fargli vedere che Dio lo ama senza condizioni, per quel che è, precisamente perché lo ha creato così, benché conti sulla sua lotta per migliorare.

L’Amore divino – incondizionale, cioè incondizionato e incondizionabile – è l’autentico fondamento dell’autostima di qualsiasi cristiano

2.5. Prima degli errori, scoprire le virtualità “addormentate” dentro di lui

Di conseguenza, se lo vediamo ricadere in qualche difetto, risulterà più efficace una parola di incoraggiamento in riferimento a ciò che può dare di sé che buttargli in faccia l’errore commesso e umiliarlo.

Mostrare al figlio che confidiamo nelle sue possibilità – cosa che reca con sé lo sforzo previo di scoprirle e anche, se è il caso, di metterle per iscritto e ripassarle con frequenza, o chiedere al nostro coniuge che “ce le passi in rivista” quando vediamo nero – è per lui un grande incentivo.

In effetti – come, con sfumature diverse, qualsiasi essere umano – il piccolo si sente spinto a mettere in pratica l’opinione positiva o negativa che si ha di lui: a non deludere le nostre aspettative al riguardo.

Giova rendersi conto che noi uomini siamo gli unici essere che operiamo non tanto né principalmente secondo ciò che siamo, ma secondo ciò che crediamo di essere o, anche, ciò che crediamo gli altri pensino che siamo e, pertanto, ciò che crediamo che si aspettino da noi.

Per questo, secondo quanto ricorda un eminente pensatore francese:

La chiave dell’educazione consiste nel vedere e voler bene a colui che amiamo, in ogni momento, un po’ migliore di ciò che egli è in realtà

Anche se poi, forse, tornerò su questo, conviene chiarire che quel un po’, è non di più, risulta fondamentale. Se, per errato convincimento o per errata strategia, facciamo pensare a nostro figlio che ci aspettiamo da lui comportamenti tanto straordinari che realmente lo superano, al posto di incoraggiarlo a migliorare lo staremo spingendo verso la disperazione e l’inazione: “Siccome non arriverò mai a fare quello che i miei genitori si aspettano da me, e farli così contenti, non vale neanche la pena che io ci provi”.

2.6. Riconoscere il loro valore come persone

L’atteggiamento positivo a cui sto alludendo si concretizza, anche in queste circostanze, nell’apprezzare più ciò che è – una persona-persona! Cioè un figlio di Dio – che ciò che fa… e agire di conseguenza.

2.6.1. Seguire i suoi suggerimenti

Per questi motivi, quando un figlio fa un’osservazione corretta, anche se opposta a quella che abbiamo appena manifestato noi, non bisogna aver paura di dargli ragione.

Non si perde autorità; piuttosto il contrario.

La guadagnamo, posto che non la facciamo risiedere nei nostri punti di vista, ma nella stessa verità oggettiva di ciò che si propone, nella grandezza della persona del figlio, indipendentemente dalla sua età, e nella qualità personale che con questo gesto – riconoscere che il figlio ha più ragione di noi – rendiamo manifesta.

2.6.2. Ricompense misurate

Quando si incoraggia e si elogia è preferibile prestare più attenzione allo sforzo realizzato – più vicino a ciò che è – che al risultato ottenuto, più in relazione a ciò che fa o ottiene: ciò che importa è che il figlio si piaccia ogni giorno di più per il fatto che sta migliorando, che è progressivamente una persona migliore, e non per quel che fa, che ha o che riceve.

Come ricorda Samalin, d’accordo col più sano senso comune:

«Un bambino che si sente buono, agisce bene con più facilità»

All’inizio, e contro una tendenza oggi troppo frequente, generalmente non si deve ricompensare il bambino per aver fatto un dovere o per aver avuto successo in qualcosa se esserci riuscito non gli è costato un impegno molto speciale; per quanto invece sia conveniente elogiarlo o mostrargli il nostro gradimento.

Un regalo per dei buoni voti è deformante. Secondo quanto ho appena annotato, i buoni voti, insieme con l’allegria per questo risultato, dovrebbero essere già un premio che dà sufficiente soddisfazione al bambino.

Quando si incoraggia e si elogia è preferibile stare più attenti allo sforzo fatto che al risultato ottenuto

2.7. Senza eccedere nei premi…

Non è nemmeno buona cosa moltiplicare smisuratamente le gratificazioni, almeno per altri due motivi:

  1. Da una parte, perché gli si insegna ad agire non per ciò che è bene in se stesso, ma per la ricompensa che lui riceve: o, che è lo stesso, a pensare più a se stesso – al suo premio – che agli altri; in definitiva, ad anteporre l’amor proprio disordinato al dovuto amore verso gli altri, che è l’unica maniera di perfezionarsi e crescere come persona.
    (Detto senza aggressività e con affetto: questi procedimenti servono più per addestrare o addomesticare i nostri figli che per educarli e farli crescere umanamente).
  2. E poi, perché quando quei premi venissero a mancare, il piccolo si sentirebbe ingannato: ricompensare reiteratamente ciò che non lo merita, equivale a trasformare in castigo tutte le situazioni in cui questo compenso sia assente.
2.8. Ma rinforzando le sue buone azioni con l’elogio opportuno

L’opportunità dell’elogio opportuno la tratterò in un altro scritto. Mi limito ora a copiare questi paragrafi di uno specialista, Alexander Liford-Pike:

«Spesso, i genitori non percepiscono l’importanza dell’elogio e di altre forma di incoraggiamento quando i figli si comportano adeguatamente. E’ importante tenere presente che il buono stato emotivo dei bambini richiede che abbiano fiducia in se stessi, che viene aiutata dal riconoscimento che ricevono dai genitori».

Cui aggiunge, in maiuscole:

«SUO FIGLIO HA BISOGNO DELLA SUA ATTENZIONE. SE NON L’OTTIENE IN FORMA DESIDERABILE E POSITIVA, LA CERCHERA’ COMPORTANDOSI IN MODO INDESIDERABILE E NEGATIVO. L’ELOGIO, NEL TONO E NEL MOMENTO ADEGUATI, DIMOSTRA AL BAMBINO L’ATTENZIONE E LA PREOCCUPAZIONE PATERNE E LO AIUTA A MANTENERSI SULLA RETTA VIA».

Come ho già detto, quando non poniamo in primo piano le qualità dei nostri figli, le reprimende si trasformeranno in rinforzo psicologico proprio per quei modi di fare che vogliamo che evitino

Ciò che abbiamo considerato fino ad ora confluisce in una legge fondamentale, che potrebbe essere formulata in tre momenti successivi:

  1. Educare qualcuno non è fare in modo che sia sempre superficialmente contento e soddisfatto, per il fatto che si soddisfano tutti i suoi capricci o desideri.
  2. Consiste nello scoprire e nell’aiutarlo a far uscire da lui (e-ducere), con sforzo imprescindibile da parte nostra e sua, tutta la meraviglia che racchiude dentro di sé e che lo eleverà verso la pienezza della sua condizione personale rendendolo, di conseguenza, più felice.
  3. Pertanto, posto che la correzione sia necessaria, smettere di correggere i nostri figli a causa del dolore che può causarci il fatto di farli soffrire è una manifestazione di sentimentalismo da donnette e, in fin dei conti, di egoismo – mai di buon amore – e uno dei flagelli che nel momento attuale provocano maggior danno negli educatori e negli educandi.

Educare qualcuno non è far sì che si senta sempre soddisfatto, ma aiutarlo a crescere come persona

2.9. Insegnare ad accettare la sofferenza

In modo molto particolare ai nostri giorni, una delle discipline che dobbiamo insegnare ai nostri figli è proprio quella della sofferenza ineludibile.

Lo conferma Robinson:

«Un insegnamento che solo voi potere dare loro in casa. E soprattutto tu, la madre.

Essere madre è insegnargli a saper soffrire. Per quanto tu li protegga, i tuoi figli sono entrati in un mondo pieno di contrattempi e di fatiche. L’ora arriverà anche per loro. Non puoi lasciarli inermi di fronte a questa prova.

Non si tratta di evitare loro tutte le sofferenze. Sai bene che non puoi. Si tratta di aiutarli in ciò che è inevitabile. Di fare di loro degli uomini e donne fatti e diritti.

Che, prima del dolore, sentano il vostro appoggio e non, precisamente, la vostra irritazione o disperazione. Che sentano la vostra vicinanza insieme con la vostra serenità.

Che, nei momenti difficili della famiglia, non siano testimoni di isterie, chiassate o lamentele. Che non vi vedano reagire come fiere in gabbia davanti alla contrarietà. Che vedano serenità e dominio.

Le madri sono sempre state maestre nel soffrire. Non mancate di insegnare loro questa lezione; una delle più importanti della vita».

Tutti abbiamo diritto al dolore, perché senza soffrire è impossibile amare e senza amare non possiamo né crescere come persone né, pertanto, essere felici

3. L’autorità, manifestazione di «buon amore»
3.1. Autorità ragionevole e ragionata

Per lo stesso motivo, per educare non sono sufficienti l’affetto, il buon esempio e gli incoraggiamenti.

  1. E’ necessario anche esercitare l’autorità (chi se la ricorda, rifletta sulla distinzione fra auctoritas e potestas).

E spiegare sempre, nella misura in cui sia possibile, e con la maggior brevità, le ragioni che ci portano a consigliare, imporre, disapprovare o proibire una determinata condotta.

3.1.1. Con meno parole possibili

Un appoggio semplice a favore della brevità, con le parole di Faber e Mazlish:

«Molti genitori ci hanno detto quanto apprezzano questa tattica. Affermano che fa risparmiare tempo, arrabbiature e spiegazioni tediose.

Gli adolescenti con cui abbiamo lavorato ci hanno detto che anche loro preferiscono l’ammonizione concisa: “Questa porta”, “Il cane”, o “I piatti”, in cui trovano una gradita liberazione degli usuali predicozzi.

Secondo il nostro criterio, il valore di queste indicazioni laconiche poggia nel fatto che invece di un ordine perentorio, diamo al bambino l’opportunità di esercitare la sua stessa iniziativa e la sua stessa intelligenza. Quando ci sente dire “Il cane”, deve pensare: “Che succede al cane? Ah, giusto, stasera non l’ho portato a passeggio. Meglio che ce lo porti adesso”».

3.1.2. Cioè… con meno parole possibili

E un altro, espresso con forza e buonumore da Samalin:

«Che posso fare perché mio figlio mi ascolti?

Questa domanda suole essere la prima che i genitori pongono nei miei corsi. La risposta è molto corta: parlate di meno. I bambini sono così abituati agli ordini lunghi dei genitori, che molto velocemente diventano sordi alle loro parole. Come ha detto un bambino: “Quando mia madre è alla seconda frase, io mi sono già dimenticato la prima”. Un altro bambino ha commentato: “Mamma, anche se ti domando sempre una cosa semplice, mi dai una risposta tanto lunga…”. Se può fermarsi alla fine della prima frase, vedrà come otterrà risposte più collaborative, ed eviterà molte lotte quotidiane.

Se lei riesce a limitarsi a ciò che chiamo “ordine di una sola parola”, si abituerà ad essere breve».

Perché un bambino mi ascolti, la prima condizione è che io parli di meno

3.2. La sicurezza di alcune raccomandazioni chiare

L’educazione al margine dell’autorità, in altro tempo tanto diffusa, si presenta oggi come una breve moda fallita e obsoleta, contraddetta proprio da coloro che l’hanno subita.

Come spiega Macià, è imprescindibile esercitare l’autorità:

«Oggi è frequente sentir parlare della “disobbedienza dei figli”, ma è importante considerare che sarebbe più adeguato parlare della “mancanza di autorità dei genitori”, della mancanza di disciplina.

Molti genitori, per proprio comodo, o per timore di essere impopolari agli occhi dei loro figli, mantengono atteggiamenti di concessione costante. Cedono davanti a qualsiasi richiesta dei loro figli. Questo, senza dubbio, sarà molto pregiudizievole per loro, poiché cresceranno senza modelli adeguati di condotta e guidati solo dal loro libero arbitrio.

Ma l’autorità e la disciplina, tanto necessarie, non sono basate nel “Perché lo dico io, che so cosa ti interessa e sono tuo padre” o nel “Quando sarai grande lo capirai”, ma nel ragionamento, nella dimostrazione, nella forza della ragione. Ciò che importa è di guadagnare davanti ai nostri figli una “rispettabilità ragionata”.

Sono autoritari coloro che, mancando di autorità, devono appellarsi alla forza per imporre i loro criteri

L’autorità non si basi sulla forza bruta, ma sull’ascendente conferito da una vita esemplare, capace di suscitare il desiderio di crescere:

«Pensiamo che il timore e la paura non possano mai essere formativi. Questa forma di agire dei genitori produce prima timore e poi ribellione nei figli. Il ricorso alla forza, la sberla continua, la minaccia costante, inibiscono la capacità di iniziativa del giovane e debilitano la sua personalità.

I genitori hanno come missione l’arricchire, non l’annullare, la personalità dei loro figli. Educare è fomentare la creatività, aprire la loro mente e aiutarli a essere liberi. Noi, come genitori, dovremo ordinare le infinite possibilità dei nostri figli, ma senza segnargli unilateralmente il cammino.

I genitori molte volte debbono “comandare” ai loro figli, ma non tutti hanno autorità e si fanno rispettare. Essendo molto difficile educare senza ispirare rispetto, i genitori che non abbiano autorità personale dovranno apprenderla».

In conclusione: il bambino ha bisogno di autorità e la cerca e ce la chiede, benché – siccome è suo «obbligo» – apparentemente neghi di riconoscerlo.

(Ogni volta sento con più frequenza frasi del tipo: «I miei genitori non mi amano – non si curano di me – perché mi lasciano fare quel che mi pare»; e la pronunciano ragazzini che protestano irosamente – come è loro “dovere” – quando gli si nega ciò che hanno chiesto).

I genitori hanno come missione l’arricchire, non l’annullare, la personalità dei loro figli

3.3. Stabili e prevedibili

Insisto perché si tratta di un punto chiave e abbastanza disatteso: un ragazzo che non trova intorno a lui una segnalazione e una demarcazione ragionevoli e ragionate, diventa insicuro o nervoso.

Avverte di nuovo Murphy-Witt:

«Ai piccoli manca per disgrazia e con frequenza la sensazione di sicurezza e stabilità, anche nelle famiglie in cui apparentemente tutto va alla perfezione. Ciò si deve al fatto che spesso proprio noi genitori provochiamo l’insicurezza dei nostri figli mediante la nostra “pedagogia traballante” e la nostra incoerenza. Regole formulate oggi e che domani non sono più valide; limiti che variano a discrezione a seconda dell’umore e della pressione ambientale; conseguenze minacciate ma che mai, o solo occasionalmente, si mettono in pratica. I genitori che si comportano così provocano piuttosto l’insicurezza dei loro figli e, in modo indiretto, li spingono a diffidare di mamma e papà continuamente. Si tratta di una situazione davvero felice per la famiglia!

I bambini hanno bisogno di genitori coerenti, che siano stabili, costanti e prevedibili nelle loro regole e decisioni, che oggi reagiscano allo stesso modo che domani e dopodomani, che pongano limiti con amore per il bene del loro figlio e che insistano sul fatto di rispettarli. I bambini hanno bisogno di genitori forti che abbiano trovato il loro posto nella vita e lo occupino in maniera inamovibile, che non vadano continuamente da una parte all’altra, titubanti e vacillanti, ma che sappiano con esattezza che amano se stessi e la loro famiglia. Con dei genitori così i bambini si sentono sicuri e accolti. E solo così possono essere veramente felici».

I bambini hanno bisogno di genitori coerenti, che siano stabili, costanti e prevedibili nelle loro regole e decisioni

Anche quando giocano tra di loro, i bambini inventano sempre regole che non si devono trasgredire.

Per di più, tutti sappiamo quanto antipatici, molesti e tirannici sono i bambini… degli altri, quando sono maleducati, abituati a richiamare sempre l’attenzione e a non obbedire quando non ne hanno voglia.

Ciò nonostante, quando si tratta dei propri figli, è più difficile un giudizio lucido. Non si sa bene se imporsi o scendere a patti e lasciar fare, per non correre il rischio di fare una scenata in pubblico…, o chiudere la questione con un’esplosione d’ira e una ramanzina (che poi lascia più a disagio i genitori che il figlio).

Un bambino che non trova intorno a lui una segnalazione e una demarcazione chiare, diventa insicuro, nervoso e/o aggressivo

3.4. Sempre le interferenze dell’io

Ma attenzione! Perché dietro a questa irresolutezza c’è molto spesso una strana mescolanza di paure e preconcetti… e, in fondo, di amor proprio: l’orrore di perdere l’affetto del piccolo, il timore che la sua incolumità fisica corra qualche rischio, la paura che ci faccia stare male o ci provochi danni materiali.

In definitiva, anche se non lo percepiamo e non lo desideriamo, noi amiamo più noi stessi che il bambino o la bambina, anteponiamo il nostro bene al suo. Ne consegue che, se su tante paure prevalesse il desiderio sincero ed efficace di aiutare il bambino a riconoscere i propri impulsi egoistici, l’avidità, la pigrizia, l’invidia, la crudeltà, ecc. (i tuoi figli non ce l’hanno? I miei e, soprattutto, io ovviamente sì), non esisterebbe quella sensazione di colpa quando lo si corregge utilizzando il proprio ascendente.

Sulla base di quanto esposto fino a qui, e anche se non fosse di moda, è necessario ripetere in modo netto e chiaro l’impossibilità di educare senza esercitare l’autorità – che non è autoritarismo – ed esigere l’obbedienza dal momento stesso in cui i bambini cominciano a capire ciò che gli si chiede.

Ed è ugualmente importante che i genitori, spiegando quando sia necessario – e brevemente – i motivi delle loro decisioni, indichino ai bambini ciò che devono fare o evitare, non lasciando cadere nell’oblio per comodità i loro ordini, né permettendo che i bambini si oppongano apertamente.

In un prossimo articolo indicherò i modi concreti di porre in essere questi consigli, come anche alcuni altri che sono già stati esposti o che enuncerò in quando andrò scrivendo.

Copio, per ora, queste citazioni, riferite a situazioni molto distinte e di diversa portata e importanza: la paura di esigere e la mancanza di partecipazione reale al dolore dei figli, provocate entrambe dalla mancanza di buon amore.

  1. Come spiega Aguiló, quando non esigiamo dai nostri figli ciò che ragionevolmente possono dare di sé, li stiamo condannando al fallimento:«Affetto non vuol dire eccesso di indulgenza né mancanza di esigenza, perché l’affetto, quando è vero, va unito all’esigenza. E se uno vuol bene a suo figlio, deve esigere da lui perché se non lo fa, in realtà non gli vuol bene, o almeno non lo ama bene. Probabilmente vuol bene solo a se stesso, e male.La gente che coccola i propri figli, in fondo li coccola per egoismo, mentre l’affetto si manifesta, tra le altre cose, nell’esigere e quando si coccola un figlio generalmente si cerca la gratificazione della sua presenza e della sua fugace soddisfazione, o il sollievo di non dover esigere, e questo indica mancanza di vero affetto.Non li si sta amando davvero, giacché gli si sta provocando un’ipoteca molto grande sulla loro vita, con la scusa di questo affetto. E quel che si ottiene con questo eccesso di indulgenza è di farne un disgraziato.Quel che dico è un po’ forte, ma mi sembra che è così per quanto duro e triste possa essere: è una vera tragedia che dei buoni genitori rendano i loro figli dei disgraziati per il fatto di non esigere da loro, e che per di più pensino che questa è una manifestazione di affetto, quando è piuttosto una manifestazione di debolezza o di egoismo».
  2. Zattoni e Gillini confermano che la mancanza di esigenza è, in definitiva, mancanza di buon amore verso il figlio:

«… l’adulto impermeabile alla sofferenza di un bambino è un adulto che si difende, un adulto che sta concentrato in se stesso, catturato totalmente dai suoi propri drammi e dai suoi doveri; alcune sofferenze del bambino che gli sono state confidate potrebbero annullare i suoi punti di appoggio, le sue sicurezze, le “ricette” in cui crede.

L’adulto sano e flessibile, al contrario, permette al bambino di vivere il suo dolore, sapendo – come abbiamo detto sopra – che non lo schiaccerà e mettendo in pratica per lui tutta una serie di appoggi e di accompagnamenti che attivano le risorse del bambino».

Noi amiamo più noi stessi che il bambino o la bambina, anteponiamo il nostro bene al suo

3.5. Le norme imprescindibili… e punto!

Di conseguenza, come ho già avvertito, un criterio fondamentale nell’educazione domestica è che:

  1. Devono esistere pochissime norme e molto fondamentali e mai arbitrarie, ma piuttosto adeguate alla realtà: a ciò che, in ciascun caso e circostanza, è bene o male, conveniente o dannoso.
  2. Bisogna ottenere che vengano sempre rispettate.
  3. E lasciare un’assoluta libertà in tutto ciò che è opinabile, anche quando le preferenze dei figli non coincidono con le nostre.

E la ragione, che abbiamo esposto prima, è che, nuovamente in virtù della sua singolarità personale, essi godono di tutto il diritto – o meglio, del dovere – di arrivare ad essere ciò a cui sono chiamati: il che vuol dire che noi non dobbiamo trasformare nessuno in una replica del nostro io, o farli “a nostra immagine e somiglianza”, come fotocopie o calcomanie.

A volte, tuttavia, si proibisce qualcosa senza sapere bene perché, e questo è il male; ma solo per impulso, per la voglia di star tranquilli o di affermarci… o perché uno si sente nervoso e tutto gli dà noia.

Così si compromette la propria autorità senza alcuna necessità, abusando di essa, e si disorientano i ragazzi, che non sanno perché oggi è proibito quel che ieri si vedeva di buon occhio.

Qualche bambino sano ha necessità di muoversi, di gioco inventivo e di libertà. Intervenendo in maniera continua e irragionevole si finisce per fare dell’autorità qualcosa di insopportabile. Come quella madre di cui si racconta che diceva alla bambinaia: «Vai nella camera dei bambini a vedere che stanno facendo… e proibisciglielo».

Non abbiamo alcun diritto di fare i nostri figli “a nostra immagine e somiglianza”

3.6. Non un solo ordine che non si faccia eseguire affabilmente

Dall’altro lato, la convinzione del bambino che non riuscirà mai a far desistere i genitori dagli ordini impartiti possiede una efficacia straordinaria e, oltre a semplificare in grande misura la nostra attività formatrice e di aiutare a non logorarci, riesce spesso a calmare le impennate o a far sì che non si producano.

Come ho già insinuato, la cosa più lontana da questo è ripetere venti volte lo stesso ordine – lavati i denti, fatti la doccia, va a dormire… – senza esigere, con uguali soavità e decisione, che si faccia immediatamente: provoca un enorme logoramento psichico, forse soprattutto alle madri, che son solite passare la maggior parte del giorno brigando con i bambini, e al contempo diminuisce o elimina la propria autorità.

(Di conseguenza, prima di comandare qualcosa o di imporre un castigo, conviene pensare almeno due volte se uno è in condizione o se è disposto a farlo adempiere… anche se questo comporta il fastidio di alzarmi, lasciare quel che mi occupa o mi distrae, prendere il bambino o la bambina per mano e, con identica calma, pace e determinazione, senza alzare il tono né perdere la compostezza, fare in modo che faccia quel che deve fare).

E ancora risulta più dannoso che la madre pronunci il fatidico: «Te l’ho detto mille volte…!», tiri l’asciugamano e minacci il bambino con ciò che capiterà «quando torna tuo padre».

Con questa condotta, e senza darlo ad intendere in assoluto:

  1. Trasmette il messaggio che essa, posto che ha ripetuto in mille occasioni uno stesso comando senza risultato alcuno, non gode della capacità di governare la famiglia.
  2. Inoltre trasforma il marito in una specie di orco, incaricato fondamentalmente di castigare le cattive azioni dei figli.
  3. O lo trasforma in un irresponsabile, perché non può o non vuole o non sa correggere quell’azione cui non ha nemmeno presenziato e che a volte non è neanche opportuno censurare dopo tante ore da ché fu compiuta: giacché – a causa del tempo trascorso – difficilmente il ragazzo, soprattutto se è molto piccolo, stabilirà la relazione adeguata tra il suo cattivo comportamento ormai quasi dimenticato e il castigo o il rimprovero di adesso, che percepirà come un arbitrio.

(Ovviamente, benché modificando le sfumature, qualcosa di simile si deve dire dei padri che, generalmente in modo meno palpabile e patente, declinano il loro dovere di educatori e caricano la madre di tutta la responsabilità di aiutare a crescere i figli).

La convinzione del bambino che non riuscirà mai a far desistere i genitori dagli ordini impartiti possiede un’efficacia ineguagliabile

Al contrario:

«Cedere davanti a pressioni, capricci o malumori dei figli significa trasmettere loro il messaggio che non si riesce a gestirli, facendogli il magro servizio di lasciarli alla deriva dei loro impulsi temperamentali, senza fargli vedere che una solida personalità si costruisce lottando per acquistare le virtù» (Lyford-Pike)

3.7. Affabilmente e amabilmente, senza perdere mai la pace

Vale ugualmente la pena di stare attenti al modo in cui si dà una indicazione.

Il criterio non può essere più chiaro: chi ordina seccamente o alzando senza motivo il volume della voce lascia sempre trasparire nervosismo e poca sicurezza. O, con parole e sfumature un po’ diverse: un tono minaccioso suscita a ragione reazioni negative e opposizione.

Conclusioni?

  1. Diamo gli ordini o, meglio, chiediamo per favore, con atteggiamento sereno e confidando chiaramente – per davvero, non per tattica – che saremo obbediti.
  2. Riserviamo i comandi stretti per le cose molto importanti.
  3. Ed evitiamo alla radice le grida e la perdita di controllo.

Per la maggior parte delle richieste risulterà preferibile utilizzare una forma più blanda, fiduciosa e convincente: «Saresti tanto gentile da… ?», «Potresti, per favore… ?», «C’è qualcuno che sa fare questa cosa?» (O ancora meglio, qualcosa di ancor più breve, come spiegherò).

In questo modo, si stimolano i figli a fare scelte libere e responsabili, e gli si dà l’occasione di agire con autonomia e inventiva, di sentirsi utili e di sperimentare la soddisfazione di far contenti i suoi genitori.

Di nuovo con le parole di Lyford-Pike:

«Mantenere la calma senza perdere la compostezza di fronte ai capricci dei figli moltiplica l’efficacia dell’educazione e insieme trasmette un modello attraente di personalità che servirà loro per tutta la vita.»

3.8. E con sforzo proporzionale

A volte è necessario chiedere al figlio uno sforzo maggiore di quanto è abituato; converrà allora creare un clima particolarmente favorevole.

  1. Se, per esempio, sapete che il vostro coniuge è particolarmente stanco o che lo attanaglia un’emicrania insopportabile, parlerete in privato col bambino e gli direte: «La mamma (o il papà) ha un forte mal di testa; per questo, stasera ti chiedo un impegno speciale nel fare il minor rumore possibile…».
  2. Potrebbe essere indovinato dargli un’occupazione, e mandargli un’occhiata affettuosa o una carezza, ogni tanto, per ricompensare il suo impegno… senza dimenticare che in questo caso, come negli altri, bisogna fare in modo che il bambino adempia il suo obbligo.

Fermezza, pertanto, per esigere la condotta adeguata, ma dolcezza estrema nel modo di suggerirla, reclamarla o imporla

Tomás Melendo
Prof. Ordinario di Filosofia (Metafisica)
Direttore-Coordinatore degli Studi Universitari per la famiglia
Università di Málaga (Spagna)
www.edufamilia.com
tmelendo@uma.es


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